I boschi del piacentino

(Tratto da “Libertà di lunedì 2 ottobre 2000)

Nel nostro territorio, così come nel resto d’Italia, la vegetazione naturale e lo stesso paesaggio vegetale sono stati nei secoli pesantemente alterati dalla presenza dell’uomo. L’influsso antropico sulla vegetazione segue all’incirca un “gradiente” altitudinale e si sovrappone alla naturale successione delle fasce di vegetazione. Parliamo dunque dei boschi nel Piacentino. Argomento sul quale si terrà dal 14 ottobre una mostra al Museo civico di storia naturale di Piacenza.

PIANURA

La Pianura Padana si caratterizza per la pressochè totale assenza di copertura forestale: quella che i botanici indicano come una “steppa colturale” è in realtà il frutto della secolare azione di disboscamento messo in opera dall’uomo per ottenere fertili coltivi a dicapito della originaria foresta. Già alla fine dell’ultima glaciazione (10-15 mila anni fa) un querceto mesofilo (caratteristico di climi temperati) iniziava a colonizzare la pianura fino a trasformarla in una fitta selva caratterizzata dalla Farnia, quercia dalle dimensioni spesso imponenti di cui rimangono solo esemplari isolati o, raramente, in filari come è possibile osservare all’oasi De Pinedo presso il Po.

Dei boschi ripariali restano invece ancora alcuni significativi esempi nella nostra provincia ( come alla foce del Trebbia, del Tidone o all’oasi De Pinedo), scampati all’espansione della pioppicoltura industriale e alle regimazioni: sono questi gli ultimi frammenti di una lunga fascia che fino all’inizio del secolo contornava il corso del Po e il basso corso dei suoi affluenti, su terreni umidi e soggetti a frequenti inondazioni.

L’albero più tipico di questo bosco è il Salice bianco, pianta a rapido accrescimento ma poco longeva, che insieme al Pioppo bianco e Ontano nero costituisce la cosiddetta “fascia a legno dolce”. Oltre a dover sopportare l’impatto diretto e l’azione dell’uomo questi saliceti devono fare i conti anche con l’invadenza di speci esotiche (come l’amorpha fruticosa e Sicyos angulatus9, che ne ostacolano lo sviluppo e l’espansione.

Il sottobosco dei saliceti ripariali è costituito in buona parte da piante neutrofile (indice di una generalizzata eutrofizzazione dell’ambiente golenale), come l’Ortica, ed igrofile, come il Rubus caesius e diverse specie di Polygonum, oltread alcune rampicanti come il Luppolo, e le esotiche Apios tuberosa e Sicyos, che formano una rigogliosa ed intricata stratificazione che si rinnova tutti gli anni.

I boschi ripariali risalgono i corsi degli affluenti appenninici fino ai 1000 metri di quota, e di mano in mano che penetrano nell’appennino si arricchiscono di nuove specie come la Frangola, l’Ontano montano, e il Salice ripaiolo, frammischiandosi sempre più alle compagini forestali dei versanti collinari e montani.

COLLINA E MONTAGNA

Le propaggini appenniniche che si protendono verso la pianura, separando i conoidi degli affluenti di destra del Po, sono anch’essicaratterizzati da una profonda manomissione antropica, con la pressochè totale messa acoltura. Restano in questa fascia alcuni begli esempi relitti dell’originaria copertura forestale (ad esempio il Bosco di Croara e Bosco Verani, presso Castellarquato), più diffusa a quote superiori: è possibile qui osservare, soprattutto in primavera, un buon campionario floristico di specie nemorali tipiche dei querceti collinari: la Pervinca minore, il Dente di cane, il Campanellino, la Scilla, il Bucaneve e diverse Anemoni.

I boschi della fascia collinare sono caratterizzati dalla presenza delle querce ( soprattutto Cerro e roverella, più rara la rovere),alberi molto longevi ma a lento accrescimento. Il querceto misto si spinge, con diverse varianti fino a circa 1000 metri di quota. Sui versanti più acclivi e soleggiati, con rocce affioranti, si presenta una copertura boscosa più aperta e termofila (tipica di ambienti caldi), con esemplari spesso ridotti e contorti, in cui predominano l’Orniello, la Roverella, ed il Carpino nero, con presenza di numerosi altri arbusti come il Ginepro, il Maggiociondolo, la Coronilla emerus, Cytisus sessifolius e la Ginestra.

Nella fascia dei Querceti, e fino a sovrapporsi alla fascia della Faggeta, sono ancora diffusi nella nostra provincia i Castagneti; questi boschi sono di origine artificiale in quanto le castagne hanno rappresentato per secoli una importante integrazione alimentare nelle vallate montane; la storia del Castagno è emblematica: diffuso nel nostro paese già prima delle glaciazioni, è stato quasi completamente eliminato dalla nostra flora durante l’ultimo evento glaciale( solo un paio di oasi relitte sembra si siano salvate dal raffreddamento del clima).

E’ solo in periodo romano che la pianta è stata di nuovo introdotta e diffusa ampiamente in tutta la fascia collinare e basso-montana. Nel dopoguerra i castagneti hanno subito ingenti danni a causa di due malattie di origine fungina, che hanno falcidiato gli antichi impianti; anche in seguito a questo buona parte di questi boschi sono stati oggetto di intensa ceduazione – pratica di taglio del bosco in cui vengono lasciati solo i ceppi degli alberi- soprattutto per la produzione di paleria( il legno di castagno è molto resistente e ben si adatta a questo uso).

Nella nostra provincia i boschi di castagno sono diffusi un po’ ovunque (tranne che nella media e alta Val Nure, dove oggi sono più rari) begli esempi si trovano in Val d’Aveto (Castagnola) e Val Boreca (qui in avanzato stato di abbandono). La flora nemorale dei castagneti è rappresentata dalle stesse specie dei querceti mesofili e, ai limiti superiori della distribuzione, delle faggete.

A partire dai 900-1000 metri di quota la copertura forestale del nostro Appennino è monopolizzata dalla faggeta.

Il Faggio necessita soprattutto di un clima umido anche durante il periodo estivo ed è molto sensibile alle gelate primaverili: quando queste condizioni vengono soddisfatte esso diventa il dominatore assoluto fino alle quote maggiori, grazie alla sua buona attitudine pollonifera e alla intensa ceduazione cui è andato soggetto( molto diffusa un tempo la produzione di carbone di legna: le spianate delle “carbonaie” sono ancora oggi ben visibili in alta Val Nure, dove questa pratica era particolarmente diffusa). Il limite degli alberi sul nostro Appennino corrisponde al limite della faggeta e si situa fra i 1700 ed i 1800 metri di quota, a cui corrispondono le nostre cime più alte (Monte Lesima, Monte Bue, Monte Nero).

Dal punto di vista vegetazionale le nostre faggete vengono ascritte all’associazione Trochiscantho-fagetum, con un aspetto mesofilo (sopra i 1400 metri) caratterizzato dalla presenza dell’Ombrellifera Trochiscanthes nodiflora, dal Sorbo degli uccellatori e da Rosa pendulina., ed uno più termofilo (sotto i 1400 metri) contraddistinto dalla Graminacea Sleria autumnalis.

Particolarmente interessanti sono gli apetti delle faggete in Alta Val Nure, nella zona di Monte Nero: qui troviamo formazioni in cui il sottobosco è dominato dal Mirtillo vero e, dove il bosco è più aperto, dall’Erica carnea e da Actostaphylos uva-ursi; alle pendici del monte Nero il faggio arriva a contatto con i cespuglietti pionieri a Pino mugo (relitto glaciale) e si mescola frequentemente con il sorbo montano e l’Abete bianco, i cui radi esemplari rappresentano le ultime vestigia di una copertura ben più diffusa in passato.

Un ultimo cenno meritano gli impianti di Conifere: questi boschi,in buona parte impiantati nel dopoguerra per la produzione di legname da opera, costituiscono una presenza esotica del nostro paesaggio: le conifere più usate sono stati il Pino Nero (soprattutto negli ambienti più acclivi e con rocce affioranti), l’abete rosso, il Pino silvestre, l’Abete bianco ed addirittura il Larice, tutte piante (ad eccezione del piccolo nucleo di abete bianco di Monte Nero) estraneee alla nostra flora: per fortuna l’uso di sostanze alloctone è stato abbandonato dai moderni indirizzi selvicolturali.

Estese superfici a conifere si ritrovano un po’ ovunque: ricordiamo fra tutte le “pinete” di Passo della Cappelletta e di Monte Sant’Agostino; il loro corteggio floristico è piuttosto impoverito, anche se è in questo ambiente “estraneo” che troviamo due interessanti Orchidaceee: la piccola Goodyera repens (con foglie reticolari e fusticini striscianti, introdotta da noi con i “coniferamenti”) ed Epipactis placentina, nuova specie di orchidea scoperta pochi anni fa per la prima volta nella nostra provincia.

ENRICO ROMANI
Museo Civico di Storia Naturale di Piacenza